In ricordo delle vittime della strada

In ricordo delle vittime della strada

Vita e morte, tra Michelangelo e Modigliani

Giovanni Lerede

Ad un anno circa dall’inaugurazione nel vecchio giardinetto dell’Oratorio del gruppo scultoreo “Don Giovanni Cipriani e i fanciulli”, il maestro Alessandro Fabio Basile è tornato alla ribalta delle cronache artistiche con un’altra scultura monumentale, inaugurata nella mattinata dell’8 novembre in un giardino pubblico alla periferia est di Noci alla presenza delle Autorità civili, religiose e militari e di semplici cittadini.vittime della strada
La nuova fatica creativa – la terza dopo il Bersagliere di via Cisternino, il Sant’Antonio di via Sammichele e Don Giovanni – ha visto il Maestro turese cimentarsi con il tema della morte: violenta, improvvisa, inaspettata, straziante. Vittime della strada, come Gianni Morea, che il padre Leo e la madre Giulia hanno voluto ricordare con questa scultura realizzata in un alto masso di pietra d’Apricena: materia dura, durissima, dal colore bianco-grigio, che il sole e la pioggia, le nubi e il cielo azzurro tendono decisamente a cambiare di sfumatura.
L’estro di Basile ha voluto qui rappresentare la morte in un corpo ancora vibrante, che ancora accenna alla vitalità ormai perduta per sempre, ultimi istanti avvolti in una fascia di dolore metallico, lucido come lamiere d’auto; un corpo che lo scalpello ha abbozzato a metà strada tra il ‘non finito’ michelangiolesco e i volti appena graffiati di Modigliani. E’ una vita spezzata sotto il peso di una trave bitumata, quasi fosse un ‘telamone’ del terzo millennio condannato a reggere in eterno il peso di una vita ormai avvolta nel sudario e adagiata per l’eternità in un sarcofago d’asfalto.
La realizzazione di quest’opera è stata per Basile allo stesso tempo fatica di membra e sofferenza d’animo, come ha lui stesso ricordato con emozione durante la cerimonia di benedizione della scultura. La morte improvvisa per infarto dell’amico Vincenzo Antonacci, in una mattina qualunque, proprio ai piedi di questa statua, ormai ultimata, ha provocato nello scultore una lacerazione profonda, un senso di vuoto e impotenza di fronte alla fragilità dell’esistenza umana. Il disperato dolore per l’amico perduto ha tuttavia rappresentato per il maestro Basile uno spartiacque creativo, una maturazione di linguaggio formale, un guardare avanti che annuncia nuovi ingegni. Sì, perché l’Arte (quella che crea non quella che copia e riproduce in serie) si nutre di fratture, sofferenze, dolore. E’ un miele amaro che solo gli artisti sanno tradurre in opere da guardare per sempre.

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