IN FINI FUNI

IN FINI FUNI

Il senso di Alessandro Fabio Basile per la vita

Giovanni Lerede

“IN FINI FUNI” è il titolo dell’ultima installazione artistica di Alessandro Fabio Basile, ambientata nella suggestiva cornice del ‘giardino dei limoni’, all’interno del complesso monastico delle Benedettine a Conversano e nell’ambito degli eventi dell’edizione 2016 di “Novello sotto il Castello”(11, 12 e 13 novembre).

Il tema della fune, metafora di un’umanità in bilico, è stato sviluppato, come spesso avviene per questo artista, su ampie lenzuola bianche vergate di segni neri “illusionistici” e pochi sprazzi di colore forte, che inducono a scrutare e penetrare il significato più nascosto di quei corpi fluttuanti; lenzuola appese al filo come panni a sciorinare al vento o distesi sul nudo pavimento a raccogliere aghi o foglie morte o il calpestio distratto di bambini vocianti.

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La fune è sottile, sempre più tesa. Rischia di rompersi da un momento all’altro sull’orlo di un pozzo senza fondo. Abbondanti sono già i segni di uno sfilacciamento che scioglie lento l’intreccio mentre il mondo appare distratto a inseguire una felicità tecnologica sempre di più ‘pifferaio magico’.14914868_10202517435773326_1725529950_n

Che fare allora? Rimanere indifferenti e lasciare che tutto succeda inesorabile? Oppure lanciare almeno un grido d’allarme, un richiamo a fermarsi prima che appaia improvviso il baratro?

Alessandro Fabio Basile non intende restare indifferente. Lui vuole gridare, richiamare uno per uno gli uomini che
passano veloci nella direzione di chi sa dove. Artista delle profondità inesplorate, alla ricerca di un linguaggio che faccia girare lo sguardo almeno per un attimo, Basile quelle funi, sempre più assottigliate dalla vita che consuma frenetica, non intende lasciarle spezzare del tutto. Il suo è un tentativo (vano?) affinché l’Umanità riesca almeno per un attimo a comprende il pericolo.

Il compito dell’artista, afferma Basile, è quello di allertare le coscienze e indurle a riflettere, nello sforzo titanico di contenere il pericolo di una società fredda, non più in grado di apprezzare il linguaggio sottile della bellezza, dell’arte, della gioia. L’arte, però, per offrire speranze deve poter parlare forte o, meglio, deve poter offrire un caldo rifugio agli animi inquieti del pianeta, un rifugio di rossi, di gialli, di blu e verdi dove lo sguardo possa trovare una via di fuga, un utero accogliente, una tana d’autunno in attesa che passi la cattiva stagione dell’inquietudine.

Alessandro Fabio Basile ama riempire di segni, di colori e di senso grandi teli stesi tra cielo e terra, in una sorta di ‘su e giù’ della mente, un invito a rapire la bellezza dell’infinito per condurla ad un finito che ha perso il senso vero della vita, la qualità dei gesti semplici, delle parole dette a viva voce e non filtrate da uno schermo.

La fune è un tutt’uno di fili, l’umanità è un tutt’uno di uomini, entrambe possono (r)esistere se l’uno rimane aggrappato all’altro. Se l’uno e l’altro, insieme, tendono la mano per fermare la rottura.
Datemi colori e matite, datemi grandi spazi e pensieri, datemi gioia e sofferenza e cercherò (nel mio piccolo) di offrirvi la (mia) via. Questo è ciò che vuole dirci Basile con quelle sue lenzuola stese a smuovere le nostre teste stagnanti, perché l’indifferenza non gli appartiene, e perché una brezza vitale ci riempia finalmente i polmoni di pensieri vitali. A lui, artista interiore, però non sfugge che la bellezza, che è dell’arte, può salvare il mondo solo se il mondo si lascia salvare.

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